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Intervista alla poetessa brasiliana Marcia Theophilo

25 Luglio 2012

“SONO cresciuta insieme ad altri bambini, alle variopinte specie degli uccelli. Conosco la foresta fin dall’infanzia, i miei nonni paterni venivano dall’Amazzonia, dove mio padre è nato. Nell’Amazzonia della mia infanzia, i bambini vivevano nei villaggi in piena libertà, giocavano e il gioco stesso insegnava loro a vivere, a procurarsi il frutto degli alberi, ad imitare il suono degli uccelli e degli altri animali, a vivere la pioggia e l’acqua come elemento ludico“.  Estratto di una lunga intervista di Alfredo d’Ecclesia presente nell’ultimo libro diMarcia Theophilo “Amazzonia ,Oceano di alberi” EdizioniTracce.  AD - Marcia in che tipo di famiglia sei cresciuta ? MT - La mia era una famiglia numerosa, Mia nonna è nata nella foresta, mio padre è anch’egli un figlio dell’Amazzonia. L’incontro con queste persone straordinarie, così fiere, corrisponde all’inizio della mia ispirazione lirica. La famiglia di mia madre, invece, di origine portoghese, rappresentava per me la città, la scuola, le regole di vita europee.  AD - Parlami della tua nonna paterna? MT- La mia nonna paterna è stata la prima persona che mi ha raccontato i miti, le grandi visioni del fiume, le voci del vento, le metamorfosi della luna, le storie delle sirene e del folletti, mettendomi a contatto con la polifonia delle voci e dei suoni della natura, dove gli animali, gli alberi, i fiori erano personaggi che sapevano comunicare fra di loro e con gli umani. Era una grande matriarca india che raccontava storie, io le ho dedicato questa poesia.  AD - Come vivevi la foresta? MT – Come ti dicevo sono cresciuta nella foresta, in piena libertà, in questo periodo, a soli cinque anni ho imparato a scrivere e da allora venni eletta dalla mia famiglia, dal mio clan, la scrivana. Per questo mi veniva portato rispetto e il mio lavoro aveva la debita considerazione. Scrivevo lettere per mia nonna, poesie per le amiche da dedicare a loro fidanzati, racconti da recitare. Ero Márcia la scrivana e da questo precoce inizio la mia vita di poeta si è dipanata.  AD - Quali favole e leggende ti hanno raccontato da bambina ? MT – Arriva Ararí, gli altri formano il cerchio iraçú è lo sparviero reale: per imitarlo uno dei bambini indossa ali di penna “Più ? ho fame” grida iuraçú stende la gamba uno dei bimbi e poi l’altra chiedendo: “tú sena seni? ? è questo che vuoi?” lo sparviero risponde: “è pela ? no” fin quando arriva all’ultimo bambino quasi sempre il minore, che è Ararí “tú sena seni?”. “Sì” e volano i capelli di Ararí, mentre lei corre senza mai spezzare la catena, senza cadere mai lo iuraçú ritorna al proprio posto e il gioco ricomincia “tú sena seni?”  AD - Cosa rappresenta per te la poesia? MT – La poesia è la mia compagna, la mia seconda pelle, la mia preghiera. Si fonde coi miti e i riti del Brasile, con quella cultura mistico sensuale. Da sempre vado scrivendo questo tipo di versi. Ho pubblicato un piccolo libro di canzoni liriche tradotto da Rafael Alberti che attinge linfa dai rituali afrobrasiliani». «Nel mio libro «Gli Indios del Brasile» sottolineo che queste popolazioni discendenti da quelle precolombiane con usi e costumi del tutto distinti da quelli della moderna popolazione brasiliana, si ritiene siano giunte in America del Sud migrando, in tempi antichissimi, dall’Oriente. Si tratta di un’ipotesi, contrastata da quanti credono che gli Indios siano popolazioni autoctone. Ma se è valida è una conferma delle intuizioni di Simone Veil e di Artaud. La vitalità della mia poesia penso si debba non solo al contatto che noi abbiamo con la natura e che da voi si va perdendo. Esistono altri fattori più complessi. È vero, nel 1500 quando i portoghesi conquistarono il Brasile, le popolazioni indigene giravano ancora nude mentre in Europa già da secoli si indossavano i vestiti. Non devi dimenticare che la vitalità della mia poesia scaturisce pur sempre dal secolo in cui viviamo. Nel frattempo le cose sono profondamente cambiate. Questa vitalità nasce dal coesistere di due elementi estremamente contrastanti: il primigenio e l’ultramoderno. Nasce da tutto un »humus» antropologico che voi non avete. Da noi i fenomeni sono esasperati. C’è Brasilia, l’ammasso infernale di cemento che è San Paolo, c’è Rio de Janeiro e il suo carattere cosmopolita. Ma, a un kilometro dalle città e dai grattacieli, ecco la giungla, animali in libertà, acque incontaminate, grandi spazi. Abbiamo tutto quello che avete voi, la tecnologia, la società dell’immagine, delle notizie, dei mass media più una cultura primitiva che da voi è scomparsa come è scomparso il verde, relegato in quelle esigue isole protette che sono i parchi nazionali, distanti non un kilometro ma mille kilometri dalle grandi città.  La vitalità della mia poesia nasce dall’enorme contrasto tra città ultramoderne, con sofisticata tecnologia e la giungla, con società arcaico medievali che ancora si possono trovare nelle vicinanze dei mostruosi agglomerati urbani. Da voi anche la natura è programmata e un palazzo è più importante di un albero. La cultura europea si è persa. È disorientata, smarrita, deve ritrovare le sue radici. La vostra cultura è meno viva della nostra perché si nutre di parole. Oggi è in mano non più alla vera poesia e alla vera pittura. È in mano ai giornalisti, ai critici, agli scrittori di saggi. Mangiate troppe notizie e non fate in tempo a digerirle».  «Quando comincio a cantare nessuno sa quel che segue cavalli, volpi metalli pietre incantesimi montagne di sabbia va a riposare, ne hai bisogno sognare ti stanca troppo.» (Marcia Theophilo)  Con la mia poesia cerco l’origine antica del nome degli animali, degli alberi, dei miti e dei fiumi. Ascolto la mia memoria e fra i suoi meandri ricerco delle parole che abbiano il suono e il significato delle cose dette dai popoli antichi della foresta. Scrivo queste parole e questi suoni e ad essi seguono sogni e sentimenti di estasi, ma anche di terrore.  AD – Cos’è l’Amazzonia per te? MT - L’Amazzonia è la mia terra. Mia nonna era india e da lei ho imparato i miti e le leggende della foresta e l’identità di un popolo. Questa identità mi è rimasta nel cuore. Sono nata a Fortaleza, nell’Acre, una regione interna dell’Amazzonia, lì mio padre lavorava, lì sono in parte vissuta. Da grande, per capire meglio la cultura india, sono diventata antropologa. Oggi sono una poetessa antropologa. Le mie poesie cantano quel mondo, quella cultura, lo spirito della foresta, e i suoi cambiamenti negativi, la necessità di salvare quel polmone verde che anima la vita di tutto il mondo, comprese le persone. Noi siamo alberi, perché gli alberi della foresta siamo noi.  Senza quegli alberi, senza il soffio di quella membrana verde, il genere umano si estinguerebbe, Perciò io canto un’anima che si sta dissolvendo, canto rumori vitali, canto la bellezza della natura, canto il sogno di un ritorno a un mondo pulito, senza inquinamento, ma anche senza crudeltà. Disboscare migliaia di chilometri quadrati di foresta è pura crudeltà. Non solo verso la natura, la vegetazione, gli alberi, la fauna, ma soprattutto verso gli stessi uomini. Tutti sanno, tutti sappiamo ormai, che se la foresta amazzonica (che attraversa e interessa ben otto Stati nazionali) scomparisse, scomparirebbe il mondo che si disseccherebbe, e scomparirebbero gli uomini perché non potrebbeo sopravvivere alla mancanza di ossigeno. Ho imparato che le tribù indie stanno scomparendo, perché piano piano gli uomini da fuori stanno divorando la loro foresta. Ho imparato che nella foresta c’è una lingua autonoma, diversa da quella delle tribù, diversa da tutte le altre lingue. Ho imparato quella lingua e posso sentire come alita l’anima della foresta. Dentro quella foresta c’è il mio cuore che batte, e dentro il mio cuore c’è la foresta che respira. I bambini indios sono lasciati vivere nella foresta. Non hanno paura, perché si sanno adattare. Tutti gli uomini hanno saputo sempre adattarsi alle circostanze ambientali. Così avviene anche nella foresta.  L’Amazzonia è il verde del pianeta, ma non solo: è anche l’acqua del pianeta. Il Rio delle Amazzoni attraversa il subcontinente e raccoglie migliaia di altri rios e li conduce fino al mare. L’Amazzonia è ricca di milioni di specie vegetali e animali. E l’albero è il suo simbolo. Sul tronco di un albero possiamo trovare i segni di una storia millenaria. Un solo albero è il centro di un microcosmo vivente in cui l’uomo è tutt’uno con gli altri elementi che respirano. Ho imparato la lingua della foresta e non ho fatto altro che tradurla per far conoscere al mondo, agli uomini sensibili i suoi significati, nella speranza che anche gli uomini insensibili e stupidi possano ravvedersi e capire che devono ritirarsi indietro perché quel mondo possa essere salvato, preservato, amato. Si può anche usare , ma in modo intelligente, rispettando l’equilibrio armonico di vegetazione-acqua-uomo.  La poesia è l’unico strumento libero, vero, senza condizionamenti, che può colpire il cuore e la mente degli uomini. Perché tutto può essere business, tranne la poesia. Attraverso la poesia, tutti possono capire che gli alberi siamo noi, e che noi siamo alberi. Ho scritto una poesia proprio su questo. Ogni presenza è testimone del suo permanere e del suo tramutare e trasformarsi nelle ore e nelle vicende della luce.

“SONO cresciuta insieme ad altri bambini, alle variopinte specie degli uccelli. Conosco la foresta fin dall’infanzia, i miei nonni paterni venivano dall’Amazzonia, dove mio padre è nato. Nell’Amazzonia della mia infanzia, i bambini vivevano nei villaggi in piena libertà, giocavano e il gioco stesso insegnava loro a vivere, a procurarsi il frutto degli alberi, ad imitare il suono degli uccelli e degli altri animali, a vivere la pioggia e l’acqua come elemento ludico“. Estratto di una lunga intervista di Alfredo d’Ecclesia presente nell’ultimo libro diMarcia Theophilo “Amazzonia ,Oceano di alberi” EdizioniTracce. AD - Marcia in che tipo di famiglia sei cresciuta ? MT - La mia era una famiglia numerosa, Mia nonna è nata nella foresta, mio padre è anch’egli un figlio dell’Amazzonia. L’incontro con queste persone straordinarie, così fiere, corrisponde all’inizio della mia ispirazione lirica. La famiglia di mia madre, invece, di origine portoghese, rappresentava per me la città, la scuola, le regole di vita europee. AD - Parlami della tua nonna paterna? MT- La mia nonna paterna è stata la prima persona che mi ha raccontato i miti, le grandi visioni del fiume, le voci del vento, le metamorfosi della luna, le storie delle sirene e del folletti, mettendomi a contatto con la polifonia delle voci e dei suoni della natura, dove gli animali, gli alberi, i fiori erano personaggi che sapevano comunicare fra di loro e con gli umani. Era una grande matriarca india che raccontava storie, io le ho dedicato questa poesia. AD - Come vivevi la foresta? MT – Come ti dicevo sono cresciuta nella foresta, in piena libertà, in questo periodo, a soli cinque anni ho imparato a scrivere e da allora venni eletta dalla mia famiglia, dal mio clan, la scrivana. Per questo mi veniva portato rispetto e il mio lavoro aveva la debita considerazione. Scrivevo lettere per mia nonna, poesie per le amiche da dedicare a loro fidanzati, racconti da recitare. Ero Márcia la scrivana e da questo precoce inizio la mia vita di poeta si è dipanata. AD - Quali favole e leggende ti hanno raccontato da bambina ? MT – Arriva Ararí, gli altri formano il cerchio iraçú è lo sparviero reale: per imitarlo uno dei bambini indossa ali di penna “Più ? ho fame” grida iuraçú stende la gamba uno dei bimbi e poi l’altra chiedendo: “tú sena seni? ? è questo che vuoi?” lo sparviero risponde: “è pela ? no” fin quando arriva all’ultimo bambino quasi sempre il minore, che è Ararí “tú sena seni?”. “Sì” e volano i capelli di Ararí, mentre lei corre senza mai spezzare la catena, senza cadere mai lo iuraçú ritorna al proprio posto e il gioco ricomincia “tú sena seni?” AD - Cosa rappresenta per te la poesia? MT – La poesia è la mia compagna, la mia seconda pelle, la mia preghiera. Si fonde coi miti e i riti del Brasile, con quella cultura mistico sensuale. Da sempre vado scrivendo questo tipo di versi. Ho pubblicato un piccolo libro di canzoni liriche tradotto da Rafael Alberti che attinge linfa dai rituali afrobrasiliani». «Nel mio libro «Gli Indios del Brasile» sottolineo che queste popolazioni discendenti da quelle precolombiane con usi e costumi del tutto distinti da quelli della moderna popolazione brasiliana, si ritiene siano giunte in America del Sud migrando, in tempi antichissimi, dall’Oriente. Si tratta di un’ipotesi, contrastata da quanti credono che gli Indios siano popolazioni autoctone. Ma se è valida è una conferma delle intuizioni di Simone Veil e di Artaud. La vitalità della mia poesia penso si debba non solo al contatto che noi abbiamo con la natura e che da voi si va perdendo. Esistono altri fattori più complessi. È vero, nel 1500 quando i portoghesi conquistarono il Brasile, le popolazioni indigene giravano ancora nude mentre in Europa già da secoli si indossavano i vestiti. Non devi dimenticare che la vitalità della mia poesia scaturisce pur sempre dal secolo in cui viviamo. Nel frattempo le cose sono profondamente cambiate. Questa vitalità nasce dal coesistere di due elementi estremamente contrastanti: il primigenio e l’ultramoderno. Nasce da tutto un »humus» antropologico che voi non avete. Da noi i fenomeni sono esasperati. C’è Brasilia, l’ammasso infernale di cemento che è San Paolo, c’è Rio de Janeiro e il suo carattere cosmopolita. Ma, a un kilometro dalle città e dai grattacieli, ecco la giungla, animali in libertà, acque incontaminate, grandi spazi. Abbiamo tutto quello che avete voi, la tecnologia, la società dell’immagine, delle notizie, dei mass media più una cultura primitiva che da voi è scomparsa come è scomparso il verde, relegato in quelle esigue isole protette che sono i parchi nazionali, distanti non un kilometro ma mille kilometri dalle grandi città. La vitalità della mia poesia nasce dall’enorme contrasto tra città ultramoderne, con sofisticata tecnologia e la giungla, con società arcaico medievali che ancora si possono trovare nelle vicinanze dei mostruosi agglomerati urbani. Da voi anche la natura è programmata e un palazzo è più importante di un albero. La cultura europea si è persa. È disorientata, smarrita, deve ritrovare le sue radici. La vostra cultura è meno viva della nostra perché si nutre di parole. Oggi è in mano non più alla vera poesia e alla vera pittura. È in mano ai giornalisti, ai critici, agli scrittori di saggi. Mangiate troppe notizie e non fate in tempo a digerirle». «Quando comincio a cantare nessuno sa quel che segue cavalli, volpi metalli pietre incantesimi montagne di sabbia va a riposare, ne hai bisogno sognare ti stanca troppo.» (Marcia Theophilo) Con la mia poesia cerco l’origine antica del nome degli animali, degli alberi, dei miti e dei fiumi. Ascolto la mia memoria e fra i suoi meandri ricerco delle parole che abbiano il suono e il significato delle cose dette dai popoli antichi della foresta. Scrivo queste parole e questi suoni e ad essi seguono sogni e sentimenti di estasi, ma anche di terrore. AD – Cos’è l’Amazzonia per te? MT - L’Amazzonia è la mia terra. Mia nonna era india e da lei ho imparato i miti e le leggende della foresta e l’identità di un popolo. Questa identità mi è rimasta nel cuore. Sono nata a Fortaleza, nell’Acre, una regione interna dell’Amazzonia, lì mio padre lavorava, lì sono in parte vissuta. Da grande, per capire meglio la cultura india, sono diventata antropologa. Oggi sono una poetessa antropologa. Le mie poesie cantano quel mondo, quella cultura, lo spirito della foresta, e i suoi cambiamenti negativi, la necessità di salvare quel polmone verde che anima la vita di tutto il mondo, comprese le persone. Noi siamo alberi, perché gli alberi della foresta siamo noi. Senza quegli alberi, senza il soffio di quella membrana verde, il genere umano si estinguerebbe, Perciò io canto un’anima che si sta dissolvendo, canto rumori vitali, canto la bellezza della natura, canto il sogno di un ritorno a un mondo pulito, senza inquinamento, ma anche senza crudeltà. Disboscare migliaia di chilometri quadrati di foresta è pura crudeltà. Non solo verso la natura, la vegetazione, gli alberi, la fauna, ma soprattutto verso gli stessi uomini. Tutti sanno, tutti sappiamo ormai, che se la foresta amazzonica (che attraversa e interessa ben otto Stati nazionali) scomparisse, scomparirebbe il mondo che si disseccherebbe, e scomparirebbero gli uomini perché non potrebbeo sopravvivere alla mancanza di ossigeno. Ho imparato che le tribù indie stanno scomparendo, perché piano piano gli uomini da fuori stanno divorando la loro foresta. Ho imparato che nella foresta c’è una lingua autonoma, diversa da quella delle tribù, diversa da tutte le altre lingue. Ho imparato quella lingua e posso sentire come alita l’anima della foresta. Dentro quella foresta c’è il mio cuore che batte, e dentro il mio cuore c’è la foresta che respira. I bambini indios sono lasciati vivere nella foresta. Non hanno paura, perché si sanno adattare. Tutti gli uomini hanno saputo sempre adattarsi alle circostanze ambientali. Così avviene anche nella foresta. L’Amazzonia è il verde del pianeta, ma non solo: è anche l’acqua del pianeta. Il Rio delle Amazzoni attraversa il subcontinente e raccoglie migliaia di altri rios e li conduce fino al mare. L’Amazzonia è ricca di milioni di specie vegetali e animali. E l’albero è il suo simbolo. Sul tronco di un albero possiamo trovare i segni di una storia millenaria. Un solo albero è il centro di un microcosmo vivente in cui l’uomo è tutt’uno con gli altri elementi che respirano. Ho imparato la lingua della foresta e non ho fatto altro che tradurla per far conoscere al mondo, agli uomini sensibili i suoi significati, nella speranza che anche gli uomini insensibili e stupidi possano ravvedersi e capire che devono ritirarsi indietro perché quel mondo possa essere salvato, preservato, amato. Si può anche usare , ma in modo intelligente, rispettando l’equilibrio armonico di vegetazione-acqua-uomo. La poesia è l’unico strumento libero, vero, senza condizionamenti, che può colpire il cuore e la mente degli uomini. Perché tutto può essere business, tranne la poesia. Attraverso la poesia, tutti possono capire che gli alberi siamo noi, e che noi siamo alberi. Ho scritto una poesia proprio su questo. Ogni presenza è testimone del suo permanere e del suo tramutare e trasformarsi nelle ore e nelle vicende della luce.

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